Ciecamente

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di Francesca Quey
L’afa in quella giornata particolare iniziava a pesarle sul petto. Il respiro era sordo e la fronte madida si appiccicava al velo bianco che le copriva il volto. Imbalsamata in un lenzuolo, tentava d’azzardare qualche passo di danza. Barcollava appendendosi ciecamente alle maniglie delle porte della casa sconosciuta. I gatti pelosi si rincorrevano per i corridoi infiniti sbattendo le code in aria e aggrappandosi, per scherzo, al vestito leggero e morbido della donna che rideva con le braccia e le mani stese davanti a lei. Non aveva mai visto il mondo per com’era davvero, attraverso le minuscole fessure del lenzuolo che l’avvolgeva, il paesaggio era costruito come un immenso mosaico. Sapeva di non essere sola, nelle strade sbatteva addosso a gente come lei che viveva ciecamente. Dall’alto sembrava che l’umanità si fosse messa a giocare a mosca cieca, senza regole e arbitri. Tutto lasciato al caso e ai sensi. Era bizzarro come Iris non sentisse il bisogno di scoprirsi per vedere la sua figura riflessa in uno specchio, assurdo come quei gatti pelosi fossero diventati i suoi migliori amici, particolare come riusciva a catturare qualsiasi vibrazione nell’aria. I profumi la guidavano tra le strade e Iris, che non conosceva l’esistenza dei colori, correva con il volto verso il cielo.

S’immaginava di essere circondata da qualcosa di indefinito. Nelle sue invenzioni ciò che la circondava era vorticoso, disordinato, concentrico e la accompagnava attraverso sogni fantastici, tra le braccia di creature immaginarie. Lei stessa credeva di essere una creatura bizzarra, con dei prolungamenti che le partivano dal tronco coperto di una stoffa bianca e altri che poco sotto il collo l’aiutavano a tenersi in equilibrio. Rideva perchè davanti ai suoi occhi non c’era più l’orizzonte del lenzuolo ma sterminate praterie in cui correre.

Proprio mentre rincorreva il calore, che a poco a poco stava scivolando via lasciandosi alla spalle una scia d’alito fresco, inciampò in qualcosa. Cadde graffiandosi i palmi delle mani.
“Signorina si è fatta male?” Era una voce maschile. Iris si sentì sollevare, ritrovandosi in piedi subito dopo. Ancora confusa dall’accaduto non disse nulla.
“Signorina, ma lei ci vede? Cosa fa con questo lenzuolo sul viso?”. Continuò la voce straniera. Iris sentì una cascata di campellini risuonare sopra il suo capo.
“Sono nata così.” Rispose imbarazzata.
“Vuol forse dirmi che lei non ha mai visto nulla?”
“No. Non quello che vede lei, almeno.”

Era un uomo alto dalle spalle larghe. Indossava un cilindro nero, il cappotto grigio era decorato con dei motivi floreali in tessuto grezzo elegantissimo. Il viso spigoloso era ingentilito dalla barba. Aveva la carnagione chiara, quasi diafana. Con un leggero ansimo Iris domandò all’estraneo chi fosse.
“Non mi può vedere, è inutile che glielo dica.” Lo straniero, in tono d’un cinico affettuoso, le si avvicinò stringendole le mani. Iris sussultò. Un gatto peloso le si appese al fondo del vestito, attorcigliandosi con la coda al ginocchio. Nella stretta con lo sconosciuto Iris si sentì affondare in un sentimento liquido, limpido.
Un salto nel vuoto talmente brusco e violento da risultare quasi incomprensibile dalla stessa Iris, la costrinse a soffocare un gridolino. L’uomo senza volto, scomposto nelle sue fantasie, continuò a stringerle le mani.

Ci fu un’altra cascata di campanellini che questa volta le caddero sulla fronte. I gatti pelosi osservavano la loro amica con lo sconosciuto ai bordi del vialetto, nell’erba giallastra. Dal cielo si udirono scricchiolìi. Si formarono delle crepe nella volta blu da cui comparvero delle pietre luminescenti, verdi e arancioni che scesero lentamente distribuendosi attorno a Iris. Senza che lei se ne accorgesse, tutto ciò che sentiva formarsi all’interno del suo cuore prendeva vita sulla terra alla sua vista, estranea. Nacquero i suoi sogni, si materializzarono quelle forme improbabili che tanto la divertivano, le fantasie divennero tangibili in quel mondo fantasma. Poco a poco tutti i pezzi del mosaico si affiancarono allo straniero. Nell’emozione che si accendeva dentro di lei, Iris, senza esitazione si fidò dell’uomo che iniziava a scioglierle il nodo dietro il collo. Slacciò la stretta e lentamente srotolò quelle bende appiccicose, liberando la ragazza da una prigione fitta e selvatica che non permetteva l’entrata della luce.

Iris respirò, aprì gli occhi e una polvere di colori si alzò da sotto i suoi piedi.
Venne spinta verso l’uomo, di cui ora ne contemplava la figura, che l’aspettava sorridente impaziente di stringerla in un abbraccio folle d’amore.

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