“Azrael e la colpa di Zephir”

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Ci sono incontri che non puoi programmare. Non programmi il come, il dove né tanto meno sai il quando. Mio fratello è sempre stato la mia parte migliore. Lui era il neonato che non piange per non disturbare, che non chiede mai nulla per paura di essere un impiccio per qualcuno e non l’ho mai sentito protestare.

Eravamo così piccoli quando nostra madre ci ha lasciati dalla nonna, non avevamo più di un anno, e il rapporto tra lei e la sua famiglia d’origine era piuttosto complicato. Mio nonno era l’Imperatore e aveva mal tollerato il fallimento di mia madre durante un’operazione diplomatica, anche se non ho mai saputo cosa fosse accaduto di preciso, la mandò in esilio senza di noi e senza mio padre.
Non avevamo raggiunto l’età della coscienza ma anche in quel momento Azrael si preoccupava se piangevo, tentava di farmi sorridere cercando di sembrare sempre allegro; anche lui aveva bisogno della mamma ma ero solo io a piangere.

Siamo cresciuti nel Palazzo, attorniati da rappresentanti di Stato e ufficiali di vari eserciti. Fino ai dieci anni è stato tutto molto simile ad un carnevale di divise con fogge e colori differenti, per non parlare delle armi: nostro nonno ci portava nella sala d’arme e ci faceva ammirare tutte quelle esposte nelle rastrelliere. Poi, nel giorno del nostro dodicesimo compleanno, ci diede le nostre forgiate nel fuoco dei migliori fabbri del paese; ne fummo entusiasti fin da subito: erano due lame gemelle e la parte migliore era l’elsa che raffigurava due angeli che si proteggevano le spalle a vicenda.
Due gemelli con due spade gemelle. Tra i nostri compagni in Accademia, infatti, diventammo noti solo come le “Ali Gemelle”.
La nostra adolescenza è stata simile a quella di molti altri ragazzi nella stessa posizione.

Nostra madre fu richiamata dall’esilio quando, oramai, avevamo compiuto quindici anni, ma ci era concesso ricevere sue lettere una volta al mese, anche se è più corretto dire che ogni mese ci venivano consegnate le sue numerose lettere.
Non siamo mai stati irrequieti, vivaci forse, ma nulla che non potesse considerarsi nella norma. Azrael, come ho già detto, era quello calmo e riflessivo, mentre io mi cacciavo in ogni genere di pasticcio e sono sempre stato quello più emotivo. Il mio era l’animo che si lasciava governare dalle passioni e, probabilmente, fu in virtù di questo che provocai il mio pasticcio più grande.
Avevo sedici anni e mi ero imbattuto nella creatura più bella che avessi mai visto; ero nel parco e Cara beveva un tè con le sue amiche, aveva i capelli imbevuti della luce della luna e in quel momento brillavano alla luce del sole, incorniciando il suo volto colto dal riso. Mi accorsi di essere già rapito e decisi che avrei chiesto la sua mano.
Ricordo molto bene l’anno seguente, un anno in cui credo di aver trascurato mio fratello per vivere il mio primo amore: fu anche l’anno in cui lei si ammalò. Non ci fu niente da fare, i sacerdoti si adoperarono per curarla, ma la malattia la costrinse ad arrendersi e morì tra le mie braccia. In quel momento la follia entrò nelle mie vene. Non potevo più vivere, decisi che non mi importava più di nulla e optai per una soluzione davvero stupida: decisi di togliermi la vita che non volevo più.
Ho sceso volontariamente le scale delle tenebre, senza voltarmi neanche per un secondo. Percorrevo i gradini ad uno ad uno, mancando di riflettere su qualcosa che mi sfuggiva e, mentre mi apprestavo a raggiungere la fine, mi sentii trascinare via.

Non è facile spiegare a parole cosa accadde ma, volendo provarci, Azrael, trovando il mio corpo, prese l’unica decisione che a lui sembrò logica: chiese udienza alla sacerdotessa del Dio della Morte e le chiese di riportarmi indietro. Avrebbe fatto qualsiasi cosa in cambio.
Questo è il modo in cui siamo stati vincolati alla volontà eterna di un patto stipulato per colpa mia: io sarei tornato e lui si sarebbe messo al servizio del Dio. Una vita sola non sarebbe bastata per ripagare la concessione che era stata chiesta e, per punire la mia stupida azione, il Dio vincolò anche me al suo servizio. Il nostro compito sarebbe stato, in eterno, di accompagnare le anime dei morti; a ciascuno dei due sarebbe spettato un diverso modo di farlo. Azrael avrebbe scortato gli assassinati e i suicidi per ricordargli che la morte è senza pietà e non è concesso chiedere sconti, mentre io avrei condotto coloro che sono periti in modo naturale, a monito che la morte non deve essere invocata quando c’è ancora una possibilità di vita.
Eravamo due ragazzi prima di quel giorno, eravamo i “due neri cavalieri” quando la notte venne.
È inutile dire che non mi ha mai rinfacciato la sua scelta, si è piegato alla mia esistenza e ha combattuto. Lui non ha mai puntato i piedi, neanche una volta, fino al momento in cui abbiamo deciso di fare una passeggiata al porto.
Avevamo diciannove anni al tempo, io sapevo tutto quello che volevo sapere sull’universo femminile, ma lui non era mai sembrato interessato a quel lato della sua esistenza; lei apparve proprio mentre ci stavo pensando.
Azrael si era illuminato, aveva iniziato a scalciare assaporando i profumi di una primavera che poteva venire solo dalle mani di quella ragazza dal vestito azzurro che stava provando un cappello.
Era bella, questo glielo potevo concedere ma era letale come uno scorpione. Sapevo chi era, “la Volpe” la chiamavano e, nonostante la giovane età, era la peggior calamità che poteva abbattersi nei paraggi di un cuore puro.
La guardavo mentre mio fratello ne era completamente rapito: luminosissimi riccioli di fuoco e due smeraldi stellati nelle orbite. Aveva un fisico asciutto ma avvenente, sarebbe stata perfetta se non fosse per quello che vedevo attorno a lei.
La sua reputazione la precedeva di molto ma mio fratello non hai mai dato peso alle dicerie. Avrei potuto dirgli che era un’assassina e lui non ci avrebbe creduto, avrei potuto dirgli che si dicesse fosse pazza e lui mi avrebbe colpito pur di proteggerla.
Per lungo tempo sono riuscito a tenerli separati, dovevo sapere se il cuore di mio fratello sarebbe stato al sicuro; ammetto che, non trovando niente di irrimediabile, mi convinsi e lasciai che le cose facessero il loro corso.
Permisi che si frequentassero: ero realmente felice per la felicità di mio fratello. Permisi che tutto scorresse normalmente fino al matrimonio.
Andò tutto bene: fu pochi mesi dopo che i miei peggiori sospetti presero vita e non sapevo se sarei riuscito ad arginare la diga che si sarebbe sgretolata di fronte a lui.
Parlare di quella donna non è compito semplice per me. Era tutto al suo posto all’inizio; lei apprezzava Azrael e il suo modo di essere ma, piano piano, la sua natura si faceva sentire e, probabilmente, la vita al fianco di mio fratello non le faceva sentire il brivido dell’avventura. Non posso essere certo che lui si rendesse conto di cosa accadeva, ma la presenza costante di un altro uomo nella loro vita iniziava a turbarlo. Lei affermava spesso che lui non riusciva a capirla fino in fondo e, nonostante lei lo amasse, aveva la necessità di confrontarsi con il suo nuovo amico.
Poi iniziarono le strane assenze, gli strani omicidi e lei che rientrava mentre lui era chiamato altrove; probabilmente fu in quel periodo che Azrael si accorse di cosa si agitava attorno a lui.

Lei lo consumava, lo soffocava, lo stava spegnendo e non era in grado di amare neanche sé stessa figuriamoci lui e i loro figli. I bambini fecero da collante ma la sua furia distruttiva riprese quando, quel giorno, il pirata che lei amava da bambina tornò.
Morirono in tre quel giorno: il pirata per mano di mia cognata, il loro matrimonio e il cuore di mio fratello.
Avevo sbagliato, tipico di me fare un errore in buona fede. Avrei dovuto evitarlo, avrei potuto farlo, in fondo la visione era il mio compito; io vedevo le anime e avrei dovuto proteggere la sua.
Tentai in seguito di aiutare a sistemare la questione; come c’era da aspettarsi lei mi rivolse contro il suo veleno, travestendosi da coniglio con mio fratello. Lui mi accusò e mi colpì in preda alla rabbia, io lo lasciai fare, sperando di avere più tempo per salvarlo, ma poi accadde “l’incidente”.
È incredibile che mi ostini a chiamarlo un incidente, con ogni probabilità non ci ho neanche riflettuto quando mi proposero di partecipare a quel rituale. Un mago di mia conoscenza voleva poter chiedere al Dio della morte una concessione e mi chiese di essere il tramite attraverso cui avrebbero parlato. Data mia esperienza avrei dovuto sapere che non si ha mai nulla se non pagando un prezzo, ma svolgere questo compito non doveva essere nulla che non potesse essere tollerato.
Mi sono lasciato ingannare, non ho neanche fatto lo sforzo di informarmi sul funzionamento di questa pratica magica, mi sono lanciato senza pensare. Il mago, durante il momento fatidico, obbligò il Dio a palesarsi nel mio corpo, costringendolo ad esaudire un unico desiderio con l’inganno. La richiesta del mago venne soddisfatta ma entrambi pagammo il prezzo dell’affronto: nell’arco di qualche anno le nostre vite vennero portate via e la cosa più assurda è che fu Azrael ad accompagnarci nelle stanze del giudizio. La morte non perdona due volte e non c’è vincolo che possa venirti imposto per pagare un simile oltraggio. La pena, esemplare per chiunque volesse tentare di nuovo, fu che la mia anima venisse bruciata e dimenticata da tutti tranne che da colui che è destinato a traghettarle. Un “ricorda sempre”, come se davvero lui potesse dimenticare.
Nel poco lasso di vita che mi era stato concesso, avevo sperato di poter aggiustare lo strappo che era avvenuto per quel pugno e per il veleno di sua moglie, ma non mi è stato possibile e, per quanto mi impegnassi a stargli vicino, sono dovuto andare lontano da lui.
Ora il mio spirito è qui, ho trovato questo modo di seguirlo: in questo acciaio temprato posso guidargli la mano e di rado fargli avvertire la mia presenza. Chissà se si è accorto che volevo solo salvarlo, restituirgli un po’ di tutto quello che aveva fatto per me negli anni.
Nello stesso istante in cui ho pensato questo, l’ho visto estrarre la spada e appoggiarla sul tavolo; le sue mani hanno iniziato ad accarezzare la lama e ho avvertito la sua voce: «Zephir, sei tu?».

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