Avvolti nei silenzi

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di Laura De Santis

Ci sono storie che si consumano nel silenzio. Elena e suo padre non si erano mai parlati. Spesso si erano ignorati, facendo finta di non conoscersi nemmeno. È per questo che quasi nessuno associava l’uno all’altra e il fatto di avere lo stesso cognome veniva liquidato come un caso di omonimia. Umberto era bello e affascinante, brillante, allegro, disponibile, Elena invece no.

Con un aspetto dimesso, timida e piccolissima di statura avrebbe potuto essere l’interprete di Jane Eyre. Eppure era tenace e caparbia e fin da piccola aveva deciso di seguire le orme del padre. Nei corridoi dell’Università si ignoravano reciprocamente, il padre criticava aspramente la figlia giudicandola inadatta al ruolo, la figlia era semplicemente intimidita. Anche quando arrivarono gli uomini della Guardia di Finanza, Elena si dimostrò timida e spaventata anche perché era proprio su di lei che stavano indagando.

Le ricerche erano tutte concentrate sul concorso che le aveva permesso di entrare all’Università come giovanissima docente nel dipartimento diretto dal padre. Un caso di nepotismo palese, pensarono gli investigatori, sul quale fare luce. Elena si sentì schiacciare dall’umiliazione e dal senso di impotenza. Il padre provò fastidio e rabbia perché ora tutti avrebbero saputo che quella insignificante donnetta pedante e saccente era sua figlia.

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