Pubblicato in storie brevi

Pane al pane

Pane al pane Pubblciato il 22/10/2017

di Cristina Biolcati
Inutile ribadire che quella donna alta e secca, quasi ricurva e ingrigita ante tempo, fosse una buona a nulla. Il suo nome, uscito chissà da quale libro o a significare nessuno sapeva bene cosa, compariva ogniqualvolta i miei genitori dovevano allontanarsi. Mio padre, malato di cuore, necessitava sovente di recarsi in città per essere visitato dal dottore. Il nostro medico, che da anni lo aveva in cura, sebbene si desse arie da grande luminare non aveva la giusta competenza per occuparsi dei malanni del mio stanco genitore; per cui, più spesso di quanto io volessi, lui e mia madre mi lasciavano nelle mani di questa donna che sapevo non avere figli suoi, e che badava a me in modo davvero inopportuno. Quando mamma e papà prendevano il calesse per recarsi dal dottore, intraprendevano un viaggio che durava quasi quattro ore. Due all’andata e due al ritorno. E siccome il fragile cuore di mio padre ne usciva spesso molto affaticato, avevano preso l’abitudine di fermarsi la notte in un motel del posto che, a sentire la mamma, non era troppo economico però pulito.
Così io rimanevo in completa balia di Mama-Monka, la donna dal viso arcigno ed il naso aquilino, oppure arcigno proprio a causa di quel naso adunco e affilato come un coltello. Lei era di poche parole e si rivolgeva a me soltanto per chiedermi se avevo fame, o per ordinarmi senza troppi preamboli di andare a letto. Poi sentivo i suoi passi sulle scale, come fossero rilasciati da un cavallo scalpitante. Pesanti e regolari, come il suo respiro. Si assicurava che io fossi a letto, senza preoccuparsi troppo che avessi indossato il pigiama. Ma lo sapeva che ero un ragazzo diligente, quindi non le venivano mai grossi dubbi. Passando sulla scala di legno, come un’ombra furtiva, spegneva il lume, e io mi chiedevo come facesse poi a ritornare di sotto, al buio. Avevo una sensazione strana, come se lei rimanesse tutta la notte a vegliare, seduta sui gradini. Questo naturalmente non lo avevo mai detto alla mamma.
Di Mama-Monka mi lamentavo per il mangiare, perché era una pessima cuoca. A mia madre interessava solo il fatto che fosse una donna ordinata e che, al suo rientro, avesse sempre trovato una cucina perfettamente lustra. Inutile quindi ripetere all’infinito ai miei genitori di non partire. La mia opinione non influiva minimamente sui loro viaggi programmati, tanto più che mio padre era malato e quelle visite in città, ripetute a cadenze fisse, si rivelavano del tutto necessarie.
Anche quel mattino Mama-Monka, dopo aver passato la notte chissà dove – se sulle scale o nel letto posticcio che mia madre le metteva a disposizione –, cercava di supplire alle sue incombenze di bambinaia. La neve aveva reso l’atmosfera surreale, ed era bellissimo guardare fuori dalla finestra. Però il freddo era pungente e, se non fosse riuscita presto ad accendere la stufa, la situazione in casa sarebbe diventata critica.
Quando mi vide, mentre armeggiava nella nostra cucina, il suo viso ebbe un moto d’impazienza. Anche se non so come, in mezzo a tutto quel fumo, fosse riuscita a distinguere la sagoma della mia persona.
«Finalmente sveglio, signorino!» disse.
Mi chiamava sempre “signorino”, un termine che a me dava fastidio perché risuonava di beffa. La mamma invece diceva che Mama-Monka era una donna molto ligia all’etichetta e mi appellava così proprio perché rispettosa.
La mia faccia era incredula. Con tutto quel fumo, avevo anche iniziato a tossire. Non sarebbe riuscita ad accendere la cucina in tempo utile, ne ero sicuro.
Forse avremmo dovuto chiedere aiuto allo zio Charles, che abitava in fondo al villaggio. Lo zio era il fratello minore di papà e spesso veniva in nostro soccorso. Non era sposato e avevo sentito che la mamma avrebbe voluto accasarlo proprio con la nostra bambinaia. Ma Mama-Monka non dava confidenza a nessuno. Anzi, quando un uomo le rivolgeva la parola, diventava tutta rossa e iniziava a balbettare. Papà non era affatto d’accordo, invece. Si era limitato a dire che suo fratello era un bell’uomo. A noi spettava d’interpretare il suo pensiero e sintetizzarlo. Papà, in breve, riteneva che lo zio Charles meritasse di più di quella strana ragazza, che bella proprio non era.
Quando provai a dirle che non sarebbe riuscita ad accendere il fuoco, perché la cucina era stata cambiata dall’ultima volta che era venuta da noi e che il soffio sul mantice richiedeva maggiore energia, Mama-Monka rise, con una risata stridula che trasudava disprezzo o determinazione ostinata.
«Vai a giocare fuori, signorino – mi disse – ha nevicato, hai visto? In meno che non si dica riuscirò ad accendere il fuoco e ti preparerò la colazione».
Provai una volta o due a replicare, facendo il nome di mio zio, e dicendo che potevamo chiedere il suo aiuto. Avrei potuto fare una corsa da lui, ed essere lì in meno di venti minuti, se voleva. Ma lei mi rispose con stizza, che non aveva bisogno di nessuno né voleva persone fra i piedi. Disse proprio così, gente fra i piedi.
Seguii il suo ordine, seppur con riluttanza, e mi apprestai a uscire in cortile per giocare un po’ con la neve. Lei mi venne vicino tutta trafelata col mio vecchio e logoro giacchetto pesante, quello che rimaneva appeso all’attaccapanni dell’entrata e che mettevo quando c’erano le intemperie. Mi aiutò a indossarlo, e mi calzò anche un berretto di lana, in modo così energico che per alcuni secondi non vidi più niente. Poi lo sistemò e disse:
«Ecco, così non ti raffreddi. Mi raccomando, rimani qui intorno, che poi ti chiamo per la colazione».
Come succede spesso dopo una notte di neve, il cielo era terso. Sebbene fosse primo mattino, il sole pareva abbagliare. La sensazione era di guardare perennemente un oggetto d’argento che, al minimo cambio di luce, ti acceca.
Andai al pollaio che, com’era prevedibile, era sommerso dalla neve. Le galline erano al riparo, lo sapevo, ma i miei genitori avevano scelto proprio il periodo meno opportuno per allontanarsi da noi. Erano partiti il giorno prima, nel pomeriggio. Il cielo era grigio, anche se nessuno aveva idea che ci sarebbe stata una copiosa nevicata. E poi, l’appuntamento dal medico era fissato proprio per quel 12 dicembre 1887, quindi c’era ben poco da obiettare. Quando Mama-Monka era arrivata, come da accordi presi con mia madre, io avevo fatto finta di avere un sacco di compiti da fare. Ero rimasto in camera mia, anche quando mamma era salita e mi aveva detto che partivano. Non mi ero nemmeno affacciato alla finestra per vederli andar via. L’unica cosa che desideravo era non rimanere da solo con quella megera, e così mi ero messo a suonare il violino, facendo un fracasso infernale per non sentire più niente.
Mama-Monka odiava quando suonavo il violino. Perché lasciavo stridere le corde di proposito e diventavo una tortura per gli orecchi.
I miei genitori invece mi incoraggiavano. Avevo ereditato lo strumento dal nonno materno e dicevano che ero portato. Di fatto, avevo preso solo poche lezioni da Manolo, il figlio dell’uomo che lavora giù all’ufficio postale. Alcuni rudimenti appena, che la mamma aveva pagato con delle uova fresche del nostro pollaio. Per cui, come si poteva pretendere da me qualcosa di buono?
Io usavo il violino per fare fracasso e per protestare passivamente – neanche poi tanto – per la presenza di Mama-Monka.
Così, come dicevo, quel pomeriggio non avevo visto i miei genitori allontanarsi col calesse e non so dire a che ora esattamente fossero partiti. Però so che, quando aveva iniziato a nevicare, mamma e papà dovevano essere già al sicuro al loro motel, perché loro calcolavano sempre tutto con cura. Dovevano, per la verità, avere già terminato anche la visita dal dottore.
Io ero stato tutto il pomeriggio nella mia stanza, ed ero sceso solo per cena. Una poltiglia dal sapore orrendo che lei mi aveva servito nel piatto e che era stata a guardare per tutto il tempo, nella speranza che io mangiassi senza fare storie. E così ho fatto, perché avevo fretta di tornare in camera mia, anche se non avevo previsto la neve.
Forse la strega era rimasta un po’ sconcertata che io le facessi così poca compagnia. Ma, a un certo punto, avevo scorto in lei del sollievo, come se con la mia assenza avesse intravisto la possibilità di fare alcune cose.
E infatti, per buona parte della serata, avevo sentito sbattere la porta della stalla. Forse si preparava alla nevicata, la signorina mai nessuna gioia. Oppure racimolava la legna per l’indomani. A quella giornata aveva già pensato abbondantemente mio padre, prima di partire.
E così, quella mattina, mi ero svegliato e tutto era bianco, come vi dicevo. E stavo davanti al pollaio, a controllare che ogni cosa fosse a posto.
Un particolare attirò la mia attenzione. Quella porta della stalla, col tetto gonfio di neve, che continuava a sbattere. Un rumore che, a ben pensarci, avevo sentito per tutta la notte.
Se così non fosse stato, forse non mi sarei accorto di niente e avrei continuato ad attendere il pomeriggio, per vedere rientrare i miei genitori. Non avrei saputo prendere Mama-Monka in contropiede.
Dovete sapere che la prima cosa che notai, entrando nella stalla, è che il calesse era ancora lì. Ma come?! È stato simile a una pugnalata. Con cosa erano andati via allora mamma e papà? I conti non tornavano. Così mi ero avvicinato e avevo sbirciato meglio. Coricati sul pianale c’erano i miei genitori, distesi e senza vita. Per quanto sentissi mancare le forze, capii subito dai loro occhi vitrei che erano morti. Poco più in là c’era una vanga, sporca di sangue. I miei genitori avevano dei tagli in testa, ma qualcuno doveva aver ripulito la scena, perché non poteva essercene così poco.
Ecco, sono quelli i momenti cruciali della vita. Ciò che si deciderà di fare, segna la differenza fra vivere o morire.
Avrei potuto gridare e disperarmi, chiamare Mama-Monka e imprecare chiedendo spiegazioni. Perché, in fondo, lo avevo sempre saputo che quella donna era malvagia.
Ma così sarei morto.
Lei mi avrebbe raggiunto e avrebbe ucciso anche me.
Reagii invece nella maniera più inaspettata, che si è rivelata anche la più intelligente. Solo per questo, ho avuto salva la vita.
Senza perdere tempo inutile, mi voltai e corsi fuori dalla stalla. Non un fiato, più in fretta che potevo. Senza preoccuparmi se lei mi aveva visto o meno. La sapevo impegnata ad accendere la stufa, forse troppo sicura del suo piano.
Non passa giorno in cui io non mi chieda perché, dopo aver fatto quello che aveva fatto, lei mi avesse permesso di uscire a giocare in cortile. La mente umana però è un mistero, e forse nessuno lo saprà mai. Come poteva pensare che io non entrassi nella stalla? E come poteva credere di farla franca?
A sera, cosa mi avrebbe detto per giustificare il mancato rientro dei miei genitori? E la loro assenza nei giorni a venire? Fu un piano poco studiato, di questo sono convinto. Un gesto d’impeto, volto ad eliminare gli ostacoli pur di ottenere quel che voleva. Ovvero me. Un figlio. Mama-Monka voleva essere mia madre.
Ai piedi parevo avere le ali. Così corsi e corsi, fino a quando arrivai a casa di mio zio Charles. Non mi preoccupavo di essere inseguito, certo di averla “anticipata”. Ancora adesso rivedo i suoi occhi, quelli di mio zio, quando mi ha aperto la porta e io gli ho spiegato quello che era successo.
Ancora oggi mi dispero per lui, per tutto il male che ha dovuto vedere. Per lui e per me, che facciamo a ritroso la strada e che ci fermiamo alla stalla. Per quegli occhi che si riempiono di lacrime, mentre io rimango impietrito. Per quelle urla che si sono levate dopo, da una cucina piena di fumo. Un fumo nero. Per le spiegazioni che mio zio ha preteso da quella donna, sua sposa mancata.
E per una stufa a legna che all’improvviso parte. Un fuoco che s’accende a sproposito e che avvolge le vesti di una madre dalla faccia arcigna. Pane al pane: quello che ha meritato.
Nel giro di poco, tutto finito.
Una storia assurda, seppur vera, da raccontare allo sceriffo che stava giungendo di lontano.

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