Tra baratro e cielo – terza parte

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di Antonella Lolli

Un germoglio. Mi sento così. Una neonata già adulta.
Sono passati cinque anni e mezzo da quel giorno di pioggia, dalla panchina, dal camice di Liguori, da quel giardino bagnato ma rigoglioso. In questo tempo, ho cercato di curarmi, senza riserve. Con l’aiuto di Liguori, ho preso il controllo della mia condizione. Ma non è solo grazie al dottorino; da qualche anno, è arrivato Luca ed è fantastico. È la mia roccia ed io sono l’onda irruenta che sbatte contro di essa. Luca mi sostiene. Non mi giudica. Mi aiuta a non farmi del male. Fa sì che i miei petali non appassiscano troppo in fretta. A volte ci riesce, altre no. Ci sono giorni bui e tristi. Giorni in cui quella voce mi parla, m’insulta, mi incita a fare cose oscene. Poi ci sono giorni di sole. Giorni in cui sono felice quando cammino sull’erba, quando mi chino, accarezzo una pratolina e resisto alla tentazione di coglierla, permettendo ad essa di vivere la sua breve vita, di lacrimare brina all’alba, di farsi solleticare dalle zampette di un’ape laboriosa. In questi giorni, sono felice senza un perché. O forse il motivo esiste: sono viva. Posso svegliarmi ogni giorno, pensare una cosa e farla. Posso prendermi cura del mio corpo, senza avere allucinazioni; della mia mente, senza pensare che ci siano complotti in corso contro di me; del mio cuore, senza aver paura di soffrire.

Passeggio per la stanza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni, guardo le mie ballerine bianche e mi viene in mente il camice del dottore, dello stesso colore. E pensare che, qualche tempo fa, ero convinta che mia madre avesse una storia con Liguori, che loro due, insieme, stessero complottando per farmi sprofondare, coinvolgendo la segretaria, la signora elegante, tutti. Scuoto la testa, mentre le mie labbra si distendono in un sorriso triste. A volte, mi chiedo come sia arrivata a questo. Mi chiedo perché la mia mente abbia intrapreso la strada misteriosa, tortuosa e oscura della schizofrenia. Mi dico che sia ingiusto che la mia giovane vita sia macchiata da tutto questo. I miei anni migliori saranno sempre legati alle allucinazioni, alle voci, alle paure. Liguori mi disse che tutto risiede nei traumi infantili che ho avuto, nella mia fragilità. Il dottore è lui e credo che, tutto sommato, ci sia un fondo di verità, in ciò che ha detto.
Mi getto sul letto. La posizione supina è quella che preferisco: guardo il soffitto che sembra lontano da me, ma poi mi accorgo che non lo sia poi così tanto. Così come non è mai stata distante da me la voglia di lottare per guarire. Niente è lontano da noi, se lo vogliamo.
Sospiro. Mi porto una mano alla fronte e accarezzo i capelli. Scendo più giù, passo per il collo, sino ad arrivare alla pancia. Alzo la maglietta e mi accarezzo il ventre, dolcemente.
– Piccola, che fai qui? Non mi hai sentito rientrare? –
Alzo il busto di scatto, spaventata. Incredibile come i pensieri possano impossessarsi di qualcuno, sino a fargli perdere la cognizione della realtà. Luca mi sorride serafico e avanza verso di me, con le mani affondate nei suoi soliti jeans chiari.
– No, non ti ho sentito. Stavo pensando. –
Si siede al bordo del letto. Dio, cosa darei per far sì che il suo sorriso resti sempre così luminoso e rassicurante. Se potessi, lo berrei, per averlo sempre dentro di me.
– A cosa? –
Tremo all’idea di parlargli. Non posso sapere come reagirà. Basterebbe anche un suo sguardo a deturparmi l’anima, a farmi sprofondare nell’abisso più oscuro dell’universo. Non rispondo. Con una mano, prendo una ciocca a caso dei miei capelli e abbasso la testa, come se dovessi esaminarla scientificamente.
– Ehi… –
Quando lo guardo, noto che il suo volto si è appassito, come un fiore con i petali chiusi. Cerco di rassicurarlo con gli occhi, ma so che il mio sorriso non è autentico e odora di paura.
– Luca, io… –
La mia mano è ancora sotto la maglia, come qualche minuto fa, prima che arrivasse lui. Non l’ho spostata di un millimetro ed ora, a contatto con la mia pelle, inizia a sudare.
Aspetto un bambino
Ci sono cose che rimarranno dentro di noi per tutta la vita. Sono sicura che ricorderò per sempre gli occhi di Luca, dopo questa frase: spalancati, increduli, timidi, euforici, felici, smaniosi. E tutte queste emozioni hanno attraversato i suoi grandi occhi scuri in un secondo. Mi fissa con la stessa espressione di pochi istanti fa.
– Dimmi che sei sicura. Dimmelo –
Mi prende le mani e me le stringe forte, quasi senza accorgersene.
– Sono sicura. Ho un ritardo di dieci giorni e… stamattina ho fatto il test. Prima di dirtelo, volevo esserne sicura, magari avrei dovuto… Luca, sei felice? Cosa ne pensi, io… io non so se sei felice, se lo vuoi, questo bambino… io non so se tu … –
Mi bacia all’improvviso, mentre nelle nostre bocche si diffonde un sapore innocente, timido, salato: il sapore delle lacrime.
– Oh, Sirya… oggi è il giorno più bello della mia vita –
Le mie lacrime continuano a scendere. Lacrime di gioia, di entusiasmo, di eccitazione. Lacrime di futura, giovane mamma, che vengono dissolte dai pollici di Luca, che mi tiene il viso tra le mani.
– Non potevi farmi un regalo più bello. Ma perché avevi paura di dirmelo? Hai sempre saputo che io ti amo, che voglio stare con te tutta la vita, che… –
Questa volta, sono io che lo bacio all’improvviso. Magari, il bambino in arrivo avrà la sua forza, la sua generosità, il suo coraggio. Magari avrà i suoi occhi. Non lo so, non posso saperlo. So solo che mi sento felice.
– Vieni con me – .

Luca mi prende la mano e, dolcemente, mi fa alzare dal letto, per portarmi sul balcone della nostra camera, che dà sul mare. Mi sfiora il ventre ancora piatto e sorride, incredulo. Non so che ore siano ma, dato che il sole sta sprofondando lentamente nel mare, dev’essere il tramonto. Una luce viva, ma allo stesso tempo tenue circonda ogni cosa. Luca si mette dietro di me, cingendomi i fianchi e poggiando il mento sulla mia spalla. La brezza tiepida ci avvolge completamente e noi ci facciamo avvolgere, in silenzio. Tempo fa, consideravo i silenzi come un qualcosa di negativo, di sospettoso, di oscuro. Ora è diverso. Questo non è silenzio. È serenità, pace, libertà, speranza.
– Sarà un bambino felice. Avrà la tua forza . –
– E la tua bontà, la generosità, l’altruismo che tu… –
Mi fa voltare di scatto e mi soffoca le parole, con un forte bacio sulle labbra. Poi ci avviciniamo alla ringhiera. Guardo l’acqua più lontana del mare, ma non mi spingo sino all’orizzonte; alzo la testa verso il pezzo di cielo sopra di noi. Tutto ciò di cui ho bisogno, in questo momento, è qui: Luca e il bambino. Non mi serve guardare lontano.

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