Percorsi – parte prima

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Alice cammina svelta verso casa, al secondo piano di un palazzetto di appartamenti in affitto. È una bella giornata di primavera, i platani ai lati della strada sono i suoi valletti muti, immobili e forti che la scortano passo a passo nel breve tragitto fin quando alla sua sinistra non si staglia, illuminato dal sole, un largo prato dove s’erge lontana una fattoria dismessa, rimanenza di tempi lontani di un piccolo centro che fu campagna, ma non è ancora città. Lascia quindi lo spartano marciapiede di catrame e ghiaia e, mentre sale gli scalini davanti al portone del palazzetto, la schiena le si incurva un poco per il peso della cartella in sky rosso.

Fa la quinta elementare e la scuola dista da casa si e no un quarto d’ora, non è da molto che i suoi le permettono di andare e tornare da sola e questo le dà una sensazione, piccola e preziosa, di libertà. Prende l’ascensore, cosa piacevole non solo perche le allevia la stanchezza e, fra i vari particolari, apprezza quell’odore all’interno simile alla fragranza delle postazioni telefoniche di traforato marroncino di certi bar (ma, ai suoi occhi intenti a guardare il padre o la madre fare una chiamata durante una gita fuori porta, probabili stanze per contattare altri mondi); no, non è solo questo, è che spesso immagina di trovarsi, nell’estro del momento, sull’Apollo 11, o di attraversare un portello della base lunare “Shado” pensandosi una delle bellissime signorine del personale vestite e truccate come marziane, o di essere il tenente Atlanta Shore a bordo del supersottomarino “Stingray” o ogni altra donna della Tv dei Ragazzi che non sia una damigella in pericolo o una specie di bella statuina (per quanto Atlanta, essendo in realtà una marionetta come gli altri personaggi di quella serie, rientrerebbe nella categoria, ma la ragazzina non è il tipo da fermarsi alle apparenze).

Esce dalla cabina magica e, superata la soglia della porta socchiusa, il profumo del sugo sul fuoco le dà il solletico al naso. “Alice chiudi la porta”, le dice la madre, sapendo che è sbadata e non vede l’ora di posare la cartella e andarsi a togliere il grembiule e le scarpe, anche perché senza compiere queste operazioni non le permette di entrare in cucina. Attraversa il lungo corridoio a sinistra calpestando il tappeto orientale dalla dominante ocra mentre, ai lati, scorrono con una pretesa di antico dei quadri comprati dai suoi in viaggio di nozze e contrappuntati, all’angolo tra la camera da letto ed il bagno, da un “coso” sul mobiletto-libreria in truciolato che hanno battezzato “il mare nel cassetto”: una trave di plastica trasparente inserita in un supporto su cui dondola come un’altalena e che mostra, rimescolandolo di continuo, un liquido blu, a imitare lo svettante andirivieni delle onde. Ogni tanto si perde a fissarlo, sognando paesi lontani e nuove avventure. Compiuti i riti del rientro, finalmente, può andare in cucina.

“Allora, come è andata oggi?” le chiede la mamma dopo averle dato un bacetto sulla guancia, e il viso le si illumina nel rispondere, con una voce stridula e con quanto entusiasmo ha in gola : “Ho preso nove a disegno!”. “Oh, questa si che è una novità!” constata la donna con un po’ d’ironia. La bambina, infatti, ha sempre avuto per questo un dono naturale, ed è la cosa che più le piace a scuola o altrove. «PATROCLOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO» L’urlo belluino esplode improvviso dalla radio accesa sul secondo canale e, così, le risa di madre e figlia. Poco dopo, le voci amiche di Arbore e Boncompagni salutano gli ascoltatori rimandandoli a lunedì per una nuova settimana di “Alto Gradimento”: le trombe suonano “Rock Around The Clock”, parte una reclame della Kodak e poi, tra un fitto vociare come a teatro prima che apra il sipario, le trombe fiatano ancora in pompa magna e seguitano in una parata circense per il trionfale annuncio che «Lelio Luttazzi presenta… Hiiiiiit Paraaaade» E il Lelio nazionale sciorina posizioni e spostamenti in classifica producendosi in battute o consigli da almanacco tra sognanti violini, che pattinano sui ritmi sostenuti della nuova sensazione chiamata “disco music”, e complici melodie di sassofono più adatte alle coltri della notte che ai languorini del pranzo… Alice ama questa buffa e festosa atmosfera del venerdì, e mentre Celentano canta «yuppi du, yuppi du, yuppi du uhu», rientra il padre, fa per salutarlo ma…

“Zia!” esclama felice la piccola, e si precipita ad abbracciare Caterina, sorella minore della mamma. “Hai visto, ti ho fatto una sorpresa” le risponde la ragazza. “La avevamo invitata da un paio di giorni, già sapevamo che passava da queste parti”, le fa eco il cognato con quieta allegria. “Che sono contenta zia, che fai di bello qui?”. Alice è molto affezionata a Caterina, quasi infatuata da una specie di luce che emana da tutta la sua persona: è una donnina graziosa, gli occhi di una tonalità calda che ricorda il miele e i capelli bruni e vaporosi che le ricadono in curve appena sopra le spalle. Indossa spesso, a dispetto della moda che pare ormai prendere altre vie, abiti dalle tinte intense con stampe geometriche e floreali (e Alice ama i colori e i motivi fantasiosi) che ben si sposano con l’energica dolcezza del suo volto e lo stile dei passi e delle movenze, da cui traspare un senso di fiducia e ottimismo, non ottusi, di qualcuno che ha ben in mente gli obiettivi della vita, e vuole impegnarsi per raggiungerli e condividerli con gli altri. Alice, tra le nebbie della sua giovanissima età che iniziano a dischiararsi, vede in lei, quasi inconsapevolmente, un modello. “È che dovevo passare al Provveditorato – sai, l’ufficio che si occupa delle scuole, a ritirare il bando del concorso magistrale. Alla fine sono riuscita a prendere una giornata libera e visto che dovevo venire in città”… “L’abbiamo invitata a pranzo” conclude la madre per lei, secondo un’abitudine invincibile che hanno fin da bimbe di completarsi le frasi l’una con l’altra neanche fossero Qui, Quo, senza Qua.

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