Gli occhi di Walter

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L’inquietudine nei suoi occhi è amara, ma lui non lo sa. Immaginate due occhi scuri, grandi, dal taglio particolare. Due occhi bellissimi e profondi, velati di malinconia, la stessa che occupa il nostro animo quando siamo davanti ad un paesaggio che ci ricorda qualcosa: una montagna sperduta, libera, maestosa, austera, eterna; il mare in inverno senza sole, quando solo a vedere l’acqua abbiamo un brivido e sappiamo che, sotto la suola delle nostre scarpe, la sabbia è umida, anche se non lo sentiamo. Smarrimento, vuoto, fascino, mistero. Gli occhi di Walter comunicano questo. E il bello è che lui non lo sa.
Si legge una nota di turbamento nei movimenti, mentre poggia il braccio sul bancone e, con la mano, prende l’amaro mandandolo giù, tutto d’un fiato.

– Un altro.
Poggia il bicchiere e si rivolge al barista, che lo guarda con aria compassionevole.
– Walter, basta. È il sesto. Datti ‘na regolata.
– Pino, non rompere. Dammene un altro.
Lo dice con aria arrogante, mentre poggia i soldi sul bancone. Ora alla malinconia amara dei suoi occhi, s’è aggiunta la luce della sfida e quella della rabbia. Dopo qualche minuto, Pino gli pone davanti il sesto amaro, scuotendo il capo e asciugando dei calici.
– Che ti succede?
Lui beve e non risponde.
– Wà?
Finisce, in un solo sorso, anche quel bicchiere. Lo guarda, sospirando.
– Non mi piace fare chiacchiere, lo sai.
La voce è infastidita e impastata. Pino mette a posto i calici e si poggia al bancone, di fronte a lui, reggendosi sui gomiti.
– Walter, sei ubriaco secco.
Lo guarda, con il mento proteso, in atteggiamento di sfida.
– E allora?
Prende il telefono.
– E allora non puoi guidare. Chiamo Davide.

Lo guarda di traverso, serio. Con un solo gesto, gli strappa di mano la cornetta e la sbatte sul bancone. Pino resta immobile e Walter, improvvisamente, scoppia a ridere, per sdrammatizzare: nonostante la poca lucidità, si accorge di aver fatto un movimento troppo brusco.
– Pino, non sono ubriaco. Sono solo un po’ allegro. Posso guidare senza problemi, non mi serve il mio amico.
Il barista scuote le spalle. Ha gli angoli della bocca contratti in giù. Lo guarda, sino a che un cliente lo chiama; si allontana e Walter butta fuori l’aria, come se si fosse liberato di un peso. Sì, è consapevole di aver bevuto abbastanza, sa che non potrebbe mettersi alla guida. Ma sa anche che ciò che è successo nel pomeriggio lo ha sconvolto. Ha la sensazione che qualcuno abbia architettato questa strategia così cervellotica e assurda, per disorientarlo, per rovinargli i progetti e mandare a puttane tutta la sua vita. Guarda nel vuoto, prende il bicchiere in mano e lo osserva all’interno e poi all’esterno, mettendolo obliquo. Scuote la testa, mentre pensa che ha bisogno di bere ancora. Si guarda intorno, Pino è alle prese con dei cocktail, alla curva del bancone; una ragazza, sua dipendente, passa davanti a Walter e lo fissa, con aria disponibile: dev’essere nuova. Lui prende il bicchiere, glielo agita davanti, piegando la testa di lato e sorridendole.
– Come ti chiami?
Lei sorride.
– Alessia.
Sorride anche lui.
– Bene, Alessia. Me ne dai un altro?
Annuisce, mentre lui pone, per la settima volta in quella serata, i soldi sul bancone. Mentre aspetta il suo amaro, si guarda intorno: un bailamme di persone, che ride e gesticola, gironzola per il bar: volti arrossati, sorridenti, arrabbiati; ci sono persino visi spaesati, che appartengono a persone solitarie, che devono sentirsi terribilmente fuori luogo. Accanto a lui, alla sua sinistra, vicino al bancone, tre ragazzette lo stanno fissando, sogghignando tra loro; avranno a occhio e croce sedici o diciassette anni e, per come si sono vestite, dopo il bar, passeranno sicuramente la notte a ballare. Una indossa degli shorts bianchi, con delle calze nere, ricamate, stivaletti altissimi, camicetta rossa e giacca nera, di pelle. Un’altra ha una minigonna marroncina, delle decolleté beige e una magliettina di lana. L’ultima, con il viso più disinvolto delle altre, alza la mano e lo saluta, con un gran sorriso brioso: indossa dei pantaloni stretti, di pelle, con un cardigan aperto e una maglietta scollata, che non lascia spazio all’immaginazione. Lui resta impassibile e gira il volto verso la barista che, dopo aver preso i soldi dal bancone, gli mette davanti il bicchiere, che Walter non esita ad afferrare e a buttare giù tutto in una volta, dando vita ad una breve, istantanea contrazione del viso. Le tre ragazze continuano a fissarlo e lui, accorgendosene, inizia a seccarsi. Una di loro, quella col volto disinvolto, dopo aver fatto un cenno alle amiche che ridono, gli si avvicina baldanzosa, con camminata morbida e sicura.
– Ciao.
Lui si gira, incredulo. Non è sicuro che la tipetta che gli sta davanti abbia diciassette anni ma, con ogni probabilità, è molto giovane. Iniziano presto, le ragazzine, con i giochi di seduzione.
– Ciao.
Gli occhi le luccicano. Sembra felice di aver avuto una risposta al suo saluto.
– Sei solo?
Ci scommetterebbe la testa: vuole dimostrare alle sue amiche di esser capace anche di sedurre un ragazzo più grande. Lui sorride. Non ha tempo per questi giochetti, si sente brillo e ha un fottutissimo mal di testa. Si gira verso di lei.
– No. La vedi quella, laggiù?
Indica la prima che gli capita: una in carne, con un vestito arancione dalle striature nere, che la fa sembrare una palla da basket, una frangettina anni ottanta gonfia a rollo e i capelli mossi e biondi, raccolti in una coda di cavallo. Lotta con se stesso per non scoppiare a ridere: tra tutte le belle ragazze del bar, è andato ad indicare proprio la meno attraente. La ragazzina la fissa e annuisce, con la bocca spalancata e l’aria incredula.
– Lei è la mia ragazza. Ed è anche molto gelosa. Meglio che torni dalle tue amiche.
Assume l’aria delusa e incredula. Non si muove, guarda Walter e poi la tipa che, nel frattempo, si è attaccata ad un enorme boccale di birra, ha fatto un sorso lunghissimo e, non appena lo ha sbattuto al tavolino, ha dato vita ad una rumorosissima risata, a bocca aperta.
– Ma… come fai a…
Si vede che la domanda a metà le è uscita fuori spontaneamente, senza volerlo. Infatti, si porta due dita alle labbra, con espressione dispiaciuta. Walter prende il pacchetto di Marlboro dal giubbino e si alza barcollando, in procinto di andarsene.
– Se vuoi saperlo, dentro è una bellissima persona.
Estrae la sua sigaretta, se la pone tra le labbra e, con un occhiolino, saluta la ragazzina, dirigendosi, sempre barcollando, verso l’uscita.
– Aspetta! Mi dici il tuo nome?
Lui si gira di spalle e non risponde, uscendo dal bar. La testa gli gira, il dolore alle tempie si è fatto martellante, insopportabile. Poggia la schiena al muretto, cerca l’accendino nelle tasche e fuma a pieni polmoni, sentendo che il petto gli si sta colmando di rabbia, dolore, risentimento, ricordi. Di paura.

***

Alza la manica del maglione per scoprire l’avambraccio. Quel maledetto tatuaggio che rappresenta una G lo ha perseguitato per più di trecento giorni, quasi un anno; da poco tempo aveva imparato a conviverci e, proprio ora, lei arriva. Spavalda, superba, sicura, come se non fosse accaduto niente. Ha un martello pneumatico in testa; già, il giorno dopo una sbronza è sempre pessimo. Walter si stende supino sul letto e, come se si trattasse di un lungometraggio, ripercorre quello che è successo ieri. Solo poche ore fa.

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