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Roberta Hidalgo, la parola impossibile non esiste. Il fotogiornalismo nell’Italia degli anni ’80

Roberta Hidalgo, la parola impossibile non esiste. Il fotogiornalismo nell’Italia degli anni ’80 Posted on 25/02/2017

Roberta Hidalgo

Roberta Hidalgo è l’autrice dello scoop fotogiornalistico che ha segnato l’inizio degli anni ’80 partendo da una sfida: la parola impossibile non esiste.

A distanza di molti anni da allora, Roberta Hidalgo ha conservato intatto quel senso della sfida venata da un senso di poesia. L’abbiamo incontrata in occasione del premio Cronache del Mistero a Ceccano in provincia di Frosinone e abbiamo parlato del passato, della sua storia personale, dei tanti incontri che hanno caratterizzato la sua vita professionale e del presente e del futuro di una professione che rischia di essere messa a dura prova. In un certo senso, abbiamo immaginato di essere in quel pomeriggio a Villa Borghese con Roberta Hidalgo e Gabriella Ferri.

Lei è stata una delle protagoniste del fotogiornalismo italiano e l’autrice di uno scoop sensazionale per quell’epoca, vuole raccontarcelo?

“Eravamo negli anni ’80, eravamo giovani e incoscienti, e la mia attenzione e quella di altri tre giovani colleghi fu attratta da quello che scrisse il direttore della Rizzoli. Angelo Rizzoli, in un editoriale, spiegò che gli americani stavano facendo costruire una piscina nella tenuta di Castel Gandolfo in omaggio al Papa, che era un grande sportivo, e che sarebbe stato impossibile scattare una foto del papa in piscina. La parola impossibile fece scattare tutto. Ci trovammo tutti intorno alle mura di Castel Gandolfo a controllare, a vedere, in alto, in basso dove si poteva entrare. Qualcuno, di un’agenzia francese, mi pare, fotografò dall’alto la piscina in costruzione. Venimmo a sapere che alcuni fotografi francesi e tedeschi avevano tentato di scattare le foto, ma vennero presi dai contadini e fermati con i forconi al collo e, quindi, pensammo di visitare il posto di notte quando tutti dormivano. Perlustrammo tutte le mura della tenuta e ci rendemmo conto che le mura erano abbastanza alte e difficili da violare. La parte più bassa era al confine tra le mura vaticane e il cimitero di Albano e quindi decidemmo di entrare da quella parte sempre scavalcando e sempre di notte. Anche i sopralluoghi li abbiamo fatti sempre di notte e di notte ci siamo appostati aspettando l’alba per scattare le foto alla piscina. Quando vedemmo atterrare l’elicottero del papa cominciammo ad organizzarci per compiere la nostra missione. Con l’arrivo del pontefice aumentarono i controlli. C’erano le auto della polizia e dei carabinieri che passavano ogni cinque minuti puntando i fari contro le mura del Vaticano, quindi dovevamo essere bravi ed entro quel breve lasso di tempo riuscire a scavalcare le mura. Una volta entrati, ci siamo accampati facendo i turni di controllo e dandoci il cambio per prendere qualcosa da mangiare. Le macchine fotografiche le abbiamo inchiodate sugli alberi più alti davanti la piscina inquadrando l’acqua e nascondendole con la corteccia degli alberi. Gli strumenti erano azionati a distanza direttamente da noi. Abbiamo atteso fino al momento in cui il papa entrò nell’area della piscina. Scendendo la scala si faceva il segno della croce ad ogni gradino, poi faceva la sua bella nuotata e quando usciva si toglieva la cuffia, entrava nello spogliatoio si cambiava, si strizzava il costume. Prima che arrivasse il papa c’erano sempre delle guardie che facevano i controlli. Ma noi eravamo nascosti e non ci hanno mai visto. Dopo aver scattato le foto con Wojtyla, pubblicammo quelle che ritraevano la piscina vuota su Gente e il Vaticano rafforzò i controlli e bloccò ogni possibile accesso, nessuno poteva più entrare e ripetere quello che avevamo fatto noi. Esattamente quello che volevamo visto che non volevamo avere concorrenza. Poi chiamammo Rizzoli per le foto e così ci accordammo per vederci a Milano dove ci raggiunse Meyer. Prese le immagini, le sfogliò senza dire una parola, poi disse quanto? Il nostro collega più giovane sparò otto, non potevano essere otto milioni ma otto miliardi, Meyer sbattè le foto sul tavolo e se ne andò. Restammo in attesa le foto furono vendute alla Rusconi in contanti e in nero e allora la Rizzoli ci chiese le foto ma noi dicemmo che ormai avevamo venduto l’esclusiva alla Rusconi e così si accontentarono dell’esclusiva per l’estero. In totale guadagnammo 600 milioni di lire.
All’epoca i giornali erano diversi da oggi, volevano foto diverse. Adesso la carta è cambiata, i giornali anche sono cambiati, non ci sono più testate come Epoca, L’europeo. Ho lavorato molto con quelle riviste. Chiedevano una qualità molto alta. Io stampavo personalmente le mie foto, le viravo, mi piaceva lavorare nella camera oscura. Adesso non sarebbe più possibile. Non si trovano nemmeno più i materiali. Adesso è difficile e poi anche i personaggi hanno un altro spessore”.

Dai suoi racconti sembra che quella sia stata una stagione del fotogiornalismo quasi eroica nel senso che c’era una buona dose di pionierismo e si riusciva a raccontare una storia attraverso le immagini

“C’era un rapporto anche diverso con i personaggi, si diventava amici. Ricordo le foto scattate a Fellini, a Ettore Scola. Sul set, si mangiava il cestino insieme. Ricordo di aver litigato con Mastroianni che mi invitava a cambiare mestiere perché non amava i fotografi, ma in generale si andava d’accordo. Quanti incontri! Con Visconti, Bergman, sono stata fortunata, è stata una vita anche avventurosa, ma bella, sono stata felice”.

Vuole raccontarci del suo incontro con Nino Manfredi?

“Lo chiamai perché qualche giornale mi aveva chiesto un suo servizio, mi concesse un’intervista e le foto. Dopo qualche tempo, lo richiamai e andai a casa sua, cercando qualcosa di diverso, una scenografia diversa. Nel giardino c’era anche un pollaio. Il pollaio era piccolo, entrò dentro, si sedette facendo finta di dare da mangiare alle galline, scattai delle belle foto che stampai e gliele diedi in regalo. In seguito vidi in televisione un’intervista alla moglie che mostrò quelle foto”.

La fotografia è qualcosa di molto intimo

“Quelle foto agli attori, agli artisti, le stampavo con affetto, erano attimi, ad esempio passai una giornata unica e indimenticabile con Gabriella Ferri. Prendemmo una bottiglia di vino, andammo a Villa Borghese dove scattammo foto eccezionali, è stato un personaggio unico che non si può dimenticare”.

Secondo lei il ruolo del fotoreporter ha un futuro da poter riscrivere?

“Non credo, lo dico con amarezza, adesso ci sono i cellulari, è un attimo… si invia tutto, intanto l’attimo l’hai fissato e questo è quello che conta, la qualità non serve. Non ci sono più tanti bei personaggi come una volta. Adesso conta la velocità, esserci in quell’istante, la qualità, la profondità contano meno”.

Rischiamo di perdere la verità in questo modo?

“L’abbiamo già persa, non credo che ci sia qualcuno disposto a rischiare, di tutti i personaggi ho un ottimo ricordo e mi dispiace che la stampa sia cambiata e che i giornali siano cambiati come sta cambiando il mondo”.

Paola Caramadre e Antonio Nardelli

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