La verità e la passione. La fotografia di Letizia Battaglia al Maxxi

La mostra al Maxxi di Letizia Battaglia
La mostra al Maxxi di Letizia Battaglia
Tempo di lettura: 5 Minuti

di Paola Caramadre e Antonio Nardelli
La verità ci guarda dritto in faccia. Ha lo sguardo fisso e beffardo di una bambina con i capelli neri e un pallone a farle da aureola sbilenca. La verità ci guarda dritto in faccia facendoci venire i brividi.

Palermo ci osserva passare come ombre fugaci in un’ambientazione in bianco e nero. Non ci sono set qui. Non ci sono finzioni.

La verità è terribile e parla la lingua delle antiche dee madri. E’ vischiosa, permea l’orizzonte, non conosce pietà, ci obbliga a guardare in fondo all’abisso.

Ci sono i morti ammazzati, ci sono i funerali di Stato, ci sono i millenari riti dei santi portati in trionfo, ci sono anche i sindaci portati in trionfo, ci sono le marionette del potere, ci sono le prostitute, ci sono le bambine condannate ad un futuro senza appello, ci sono le vedove, gli orfani di tutte le ere.

Ci siamo noi, in questo presente che brucia le speranze. Ci siamo noi che dobbiamo misurarci con il tempo eterno del bianco e nero della passione.

Per pura passione
. Brucia ogni scena, tra i malati dell’ospedale psichiatrico, tra gli esuli, tra i maestri, tra i compagni. Brucia nelle piazze, nelle speranze tradite, nelle folle disperse, negli occhi inconsapevoli di Alice alla festa dell’Unità, nelle parole mute del manifesto in ricordo di Peppino Impastato, nei resti di un pranzo sulla spiaggia.

Passione civile, impegno morale. Per pura passione. Come solo una donna può fare. Una donna che porta dentro tutti gli strati di una cultura isolana millenaria. Ci sono gli echi della Magna Grecia, ci sono i terrori dei tiranni, ci sono le parole di migliaia di lingue, ci sono gli amori di una vita intera.

Dentro tutto questo c’è lo sguardo unico di Letizia Battaglia, un ossimoro fin dal nome. Mille vite dentro una sola vita, decine di punti di vista diversi, perché la consapevolezza critica è un obiettivo, un filtro che mostra le cose così come sono.

Due Cristi, due giovani all’ospedale psichiatrico di Palermo, bambini in posa come criminali. Bambine già sfiorite come le loro madri.

Letizia Battaglia è pura passione. La sua straordinaria storia di fotografa non deve nemmeno essere abbozzata perché tutti sanno chi è Letizia Battaglia. Tutti conoscono e riconoscono i suoi scatti, la sua Palermo, la sua lotta per la giustizia, la sua ricerca della verità e il suo essere autenticamente e politicamente contro le mafie e i poteri disumani e disumanizzanti.

Il Maxxi, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, in via Guido Reni a Roma ospita fino al 17 aprile una mostra monografica e multiforme dedicata a Letizia Battaglia. L’ingresso è leggero, nei limiti delle possibilità date dalle immagini di cronaca nera. L’esordio passa per una storicizzazione, poi si accede ad una seconda sala in cui si scopre un temperamento versatile e le edizioni della Battaglia, ma anche Grandevù con le sue copertine provocatorie e scandalose.

Un crescendo di ritratti, di storie affidate ad immagini nitide e ferme. Goffredo Fofi, Josef Koudelka, un ritratto spiazzante di Pier Paolo Pasolini, uno scatto struggente di Franca Rame, sono i preamboli per arrivare alla grande sala che ospita 126 fotografie, tutte scattate da Letizia Battaglia, allestite come un’opera d’arte nell’opera d’arte. Quasi una performance che interagisce con i visitatori.

E’ l’installazione Anthologia che fa tremare il cuore e vibrare l’anima, un labirinto all’interno del quale si attraversa l’opera, il pensiero, le forme, i temi della fotografia di Letizia Battaglia in un lasso di tempo che tocca quattro decenni.

Oltre 120 immagini che tengono il ritmo del tempo, attraverso la mano tesa in avanti, pronta a stringere altre mani, di Giulio Andreotti, attraverso Giovanni Falcone che passa per la piazza funerea dei militari nel giorno dei funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa, attraverso la donna abituata a troppe morti che piange sgomenta l’omicidio di Pio La Torre, attraverso Leonardo Sciascia che esce dalla cabina elettorale.

La macchina fotografica di Letizia Battaglia è sempre lì, pronta, mai stanca, mai annoiata, mai disinteressata a catturare l’istante, l’attimo della paura e della rassegnazione, ma anche la scintilla della lotta e della sconfitta, l’istante della rinascita e della speranza.

Letizia Battaglia è lì, con il suo sguardo saturo di troppe vite, di troppo amore, è lì per pura passione.

Rispondi