Una pietra su un monte e il suo antico segreto

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di Rosario Brescia
È lunga tre metri, larga, e alta, circa due: stiamo parlando di una grande roccia presente sul monte posto proprio di fronte a un piccolo paese. L’enorme roccia, stando a quanto si legge in un libro di un autore locale, racchiude un antichissimo segreto.

Le pietre sono maestre mute, scriveva Goethe, esse rendono muto l’osservatore e la cosa migliore che da esse si apprende non si può raccontare. È altrettanto vero, però, che esistono pietre che hanno la capacità di riportarci storie importanti e insolite, belle ed intriganti che meritano di essere raccontate. Si tratta molto spesso di storie che riaffiorano dal ricordo di cronache narrate altrove e poi dimenticate, vicende che ci riportano fatti e circostanze che il tempo spietato trascina nell’oblio sottraendole alla memoria e al territorio.

Ma può un grosso masso nascondere in sé un segreto incredibile e grande anche più delle sue stesse dimensioni? Sì, a Sant’Agata di Puglia, in provincia di Foggia, si direbbe proprio di sì.
Vero è, del resto, che il caratteristico paesino, a tutti noto con l’esclusivo e simpatico appellativo di “Loggia delle Puglie” conta nel proprio territorio numerosi e particolari macigni che, a vario titolo, meritano sicuramente di essere raccontati.
Cominciamo, allora, da quella che tutti in paese da sempre chiamano: “La Preta re lu Monde”, un grande masso rotondeggiante situato a circa due terzi dalla base sul fianco sud-ovest di un monte culminante con due piccole cime tondeggianti vicinissimo e di fronte al paese.
Nell’interessante “Vocabolario del dialetto Santagatese” edito dal Comune di Sant’Agata di Puglia nel 1983, così viene descritta l’enorme roccia: “Prima del rigoglioso rimboschimento, quando il monte era completamente brullo e pieno di erbacce, la pietra era meta dei giochi dei ragazzi che avevano modo di arrampicarsi sulla sommità, facilitati dalle molte piccole concavità che il macigno presentava sui fianchi.”
Ma qual è la singolarità di questo masso? A spiegarcelo, è proprio lo stesso “vocabolario” che traccia i contorni di una storia tanto insolita quanto interessante nelle parole del suo autore: “… Nel 1980 un amico appassionato di mineralogia, avendo notato sul macigno delle incrostazioni di fossili marini, riuscì a staccare un consistente frammento allo scopo di farlo esaminare scientificamente per conoscere la natura dei fossili e la loro età”. A questo punto, nel protrarsi del racconto e nelle parole dello scrittore, la storia si fa ancora più intrigante e coinvolgente: “… Il Professor Charriér, dell’istituto di Mineralogia del Politecnico di Torino, in una circostanziata relazione in data 19-4-1980, afferma che il frammento inviato non ha in superficie un conglomerato di fossili marini, ma é, per intero, una cellula di un unico individuo preistorico di grandi proporzioni. Egli ha assegnato al monte l’età di 100 milioni di anni, – prosegue il libro – facendolo risalire, cioè, al periodo cretaceo caratterizzato dall‘attività di molluschi lamellibranchi costruttori di recinti del tipo corallino. Il fossile, dell’età di 50 milioni di anni ha la peculiare struttura delle rudiste. È da presumere, quindi, che al momento dell’immane sconvolgimento geologico, – conclude l’autore – mentre le acque si ritiravano, il mollusco, per la sua grande mole, si sia arenato senza alcuna possibilità di guadagnare il mare. Conseguentemente si può ritenere che l’attuale fossile emergente sia soltanto una parte del suo corpo che certamente si trova ancora imprigionato nella sabbia compatta”.
Ecco, questa, in definitiva, la storia dell’enorme masso. E poco c’importa che sia attendibile o meno. Quel che riteniamo utile, infatti, non è sapere se in quella grande roccia esista realmente un animale preistorico.
Ci piace pensare, che questa storia, con il suo alone di mistero, per il fatto stesso di averla raccontata e condivisa, continuerà ancora a vivere.
Vera o fantastica che sia.

 

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