San Giovanni appare, Giovanni Mele, Camele, il diavolo e Pontecorvo

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di redazione

Pontecorvo, ridente cittadina adagiata sulle sponde del Liri in provincia di Frosinone, custodisce molte storie, diverse leggende, molteplici tradizioni, una vocazione al Carnevale, un dialetto complesso e linguisticamente rilevante e un evento religioso eccezionale: l’apparizione di San Giovanni il Battista, l’unica riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa.

L’evento prodigioso avvenne, stando alle documentazioni storiche, nella tarda primavera dell’anno del Signore 1137 in località Melfi.

Il fiume, in quel tratto, era pericoloso e tormentato da rapide. Un contadino, semplice e provato dalla vita, di nome Giovanni Mele vide una figura agitarsi al centro del corso d’acqua.

La creatura non era altri che il diavolo che, mostrando una sacca piena di monete d’oro, invitava il povero contadino a raggiungerlo camminando sulle acque. Giovanni Mele si lasciò tentare dalla preziosa ricompensa, ma l’acqua lo tradì e se non fosse apparso San Giovanni il Battista a salvarlo sarebbe di certo affogato tra gli scherni del diavolo.

Questi i fatti sulla cui base si origina una quasi millenaria tradizione di festeggiamenti entrata nel Dna della popolazione locale.

A Melfi, in prossimità del luogo dell’apparizione, fu edificata una cappella, che oggi è sommersa e della quale non si scorge neppure più l’ombra perché nel 1959 fu realizzata una grande opera di canalizzazione e di produzione di energia idroelettrica che sommerse tutto. Quella che accoglie oggi la statua del santo è quindi una ricostruzione.

Nel frattempo, nel corso dei secoli, fu costruita una chiesa poco distante con attiguo un ospedaletto dell’ordine dei cavalieri di Malta devastata durante la guerra e ricostruita subito dopo.

Per molti secoli le celebrazioni religiose in memoria dell’apparizione di San Giovanni si sono sviluppate in piena armonia tra la Chiesa e la popolazione locale.

La vicenda di Giovanni Mele è entrata nell’immaginario collettivo con tutta la sua forza moralizzatrice. In particolar modo, il semplice contadino che si lascia tentare dal demonio è diventato l’emblema dell’ingenua ignoranza prendendo il nome di ‘Camele‘.

La seconda domenica di maggio, alle 4 del mattino prendono il via le celebrazioni che raggiungono l’apice proprio nel luogo del miracolo a Melfi. Il pellegrinaggio penitenziale rispetta il sentiero secolare e raggiunge la chiesa ed è fortemente sentito dai devoti che rievocano gesti antichi come il lancio di sassi nel fiume, simboliche rappresentazioni dei peccati che si vogliono espiare. Anche il diavolo e Camele vengono personificati.

Le prime attestazioni della comparsa dei fantocci, rappresentanti Camele e il diavolo, si avrebbero intorno alla seconda metà del 1700.

I fedeli avrebbero dato vita a delle vere e proprie rappresentazioni, tra il sacro e il profano, che si concludevano con la gettata dei fantocci, inizialmente di pezza o di paglia, nelle acque del fiume seguiti dal lancio di sassi a scopo scaramantico.

Per oltre duecento anni la rappresentazione si è svolta accanto alle cerimonie religiose diventando il momento più sentito dalla popolazione. Fino a quando, nel 2006 questa convivenza di due elementi diversi della festa non ha cominciato ad incrinarsi.

Per alcuni anni il simbolico lancio dei fantocci non è stato fatto, ma questo divieto da parte della Chiesa che ha ritenuto la rappresentazione una degenerazione eccessiva di una tradizione antica e in qualche modo superata, ha ottenuto un effetto molto diverso rispetto alle previsioni.

E’ sorto un comitato spontaneo che ha preso il nome di “La tradizione non si tocca” e si è cominciato a studiare il passato cercando conferme storiche a quel tipo di cerimonia, ma soprattutto, con o senza il nulla osta dell’ufficialità, i fedeli del comitato hanno riprodotto i fantocci, realizzati in cartapesta, e hanno riproposto l’antico rito.

I fantocci vengono portati a spalla, sulle sponde del fiume avviene una sorta di lotta tra i due personaggi che si conclude con la sconfitta del diavolo che viene lanciato in acqua e subito dopo anche Camele viene gettato seguito da una pioggia di sassi.

Gli attivisti del comitato come Marco Ugaldi sono convinti che non si possa interrompere una tradizione secolare, dello stesso avviso uno degli storici portatori dei fantocci, Emilio Caramadre, che richiama l’attenzione ai libri scritti dal fratello Vincenzo Caramadre al quale recentemente è stata intitolata una scuola.

Lionello Prignani ha dato una sua lettura del rito che rappresenterebbe quasi un processo di liberazione di una folla contadina e oppressa che avrebbe attribuito al diavolo le fattezze del signorotto locale, quindi l’oppressore, e a Camele quelle del sempliciotto che si lascia opprimere senza ribellarsi.

Dopo il momento quasi folkloristico del lancio dei fantocci, la cerimonia ha ripreso i canali dell’ufficialità con la solenne celebrazione eucaristica officiata dal vescovo monsignor Gerardo Antonazzo e la figura di Camele è scomparsa sullo sfondo del fiume lasciando il posto al contadino Giovanni Mele rappresentato negli ultimi anni con una statua portata a spalla in pellegrinaggio.

Polemiche e divergenze a parte, dopo 880 anni, l’apparizione di San Giovanni il Battista resta uno dei capisaldi di quel sentimento popolare che contraddistingue Pontecorvo e la pontecorvesità rappresentando un momento di festa in una località che conserva inalterato il fascino rurale e l’immagine di una tradizione antica.

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