Il fuoco di San Giuseppe

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Riponi gli attrezzi e dai un’ultima occhiata alla fiamma che si va spegnendo. È ora di andare. Si perde nella notte che avanza il chiacchiericcio di chi ti ha tenuto compagnia fino all’ultimo.

Stanco ma felice, saluti insieme agli altri l’inverno che cede il passo alla primavera, la luce che illumina le tenebre. È il fuoco della tradizione popolare, è il fuoco di San Giuseppe, è il fuoco che annuncia la festa del papà, è il fuoco che merita rispetto, è il fuoco dei nostri nonni.

È il fuoco che vorresti che non finisse mai.
Il falò, come qualcuno lo definisce per attribuirgli un nome più dolce, fa effetto. Ti senti purificato e consacrato. Viene da chiederti che differenza c’è tra questo di falò e quello precedente.

Quasi le stesse foto, gli stessi amici, lo stesso paese, la stessa brace. Ma è lo scherzo della penombra, di quella penombra che copre le rughe e l’immagine di chi manca. E più che chiederti la differenza, dovresti chiederti cosa resterà di questo fuoco di San Giuseppe. Perché qualcosa deve restare altrimenti non ha senso. Solo i bambini sono giustificati, per loro il tempo è fermo, loro non si chiedono cosa resta. Per loro resta il sudore di quattro calci ad un pallone e il moccolo che scende per conto suo. Resta il baccano che fanno e lo sguardo tenero di chi ti chiede se vuoi giocare ma tu non puoi perché non è il momento. E per noi cosa resta?
Resta il sapore della bruschetta che qualcuno definisce eccezionale, un po’ d’olio sul pane, sapori antichi, sapori genuini.
Resta l’eco di canzoni stonate accennate dopo qualche bicchiere di vino. Resta il gusto delle penne all’arrabbiata, che hanno il sapore della leggerezza e la pretesa dell’improvvisata.
Resta il sapore dei rustici e dei dolci delle nostre amate signore, che dicono di saper fare di meglio, ma a noi va bene già così.
Cosa resta del fuoco di San Giuseppe? Perché qualcosa deve restare altrimenti non ha senso.
Resta il suono della sirena dell’ambulanza che si perde in lontananza, e per un attimo pensi a chi non potrà scaldarsi al tuo falò.
Resta per qualcuno il conteggio amaro degli anni che passano e cerca di godersi il falò come se fosse l’ultimo.
Resta il significato più nobile della tradizione. E allora il fuoco si trasforma in un’offerta a San Giuseppe che patì il freddo nella grotta di Betlemme. Si narra infatti che il Santo, dopo aver bruciato il suo mantello per riscaldare il Bambino Gesù e la Madonna, andò di casa in casa a alla ricerca di un po’ di brace.
Resta la voglia di alimentare questo fuoco in ricordo della Sacra Famiglia, per me, per noi e per tutti.
Resta la brace e le emozioni che ti porti dentro.
Resta la cenere a ricordarti che qui è passato qualcuno che non poteva stare da solo.

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Nato 49 anni fa a San Michele dove tutt’ora vive con la moglie Anna e i suoi due figli Barbara e Aldo. Impiegato presso l’azienda di famiglia da oltre vent’anni, riuscendo, nonostante gli impegni familiari e lavorativi, a coltivare diversi hobby. Appassionato di presepismo ha realizzato diversi corsi nelle vesti di maestro d’arte presepiale, tifoso e praticante di calcio, volontario della V.d.s Protezione Civile di Cassino, membro attivo del Consiglio Pastorale della parrocchia di S.Antonino, lettore e, da qualche anno, anche scrittore.

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